This White Mega Giant will shine for eons

Soundtracks per notti d’inverno impolverate di bianche stelle (giganti).

Facciamo una premessa per tutti quei ghettizzatori che, oltre ad esser schiavi delle mode, non sanno riconoscere l’assimilazione e normalizzazione di queste ultime nella cultura: andate a lavorare. Soggetto? Il post-rock. Sofferente sin dal ‘battesimo’ degli angusti limiti dei dogmi affibbiatigli, asfissia provocata da una definizione di genere e di comodo necessaria a farne moda e decretarne, poco dopo, l’obsolescenza. Mancanza di ossigeno, di vita, ma solo nelle riviste di settore che ne hanno celebrato le esequie, danzando sulla tomba, e parlato da sempre ‘in memoriam’. La realtà è come quasi sempre accade un’altra. Fioriscono a più latitudini gruppi che noncuranti dell’immaginario lutto cartaceo, praticano il rock più o meno strumentale chiamato post e lo fanno talvolta alla grande, come nel caso dei nostri virgulti TWMG (ah! quanta brama d’una scena autoctona degna di tal nome…).
Ieri sera in una venue infame come infame è tutto il suolo italico per l’arte musica, ad un orario ridicolo, come da italica ridicola abitudine, un manipolo di assiderati ha assistito alla glaciale esibizione del giovane terzetto padovano.
E che esibizione. Un suono poderoso, quadrato e certo della sua meta, fortissimo di personalità, quella propria delle compagini con qualcosa da dire, di urgente, e da lasciare, per ricordo.
I riferimenti sono i ‘soliti sospetti’ dell’attitudine musicale senza voce / cinematica, dagli Explosions ai Mono, dai GSYBE agli insoliti Magyar Posse fino agli insospettabili God Machine (hm-hm). Senonchè la Supergigante Bianca ha trovato la sua cifra e originalità in crescendo interminabili, capaci di tener altissima la tensione fino alle brevi pause di rilascio, tra un pezzo e l’altro, quando ci deposita, sfiancati, su spiagge gelide.
Accennavo al suono: un muro eretto da cura e passione certosine, fatto di mattoni/dettagli mai casuali, a partire dall’epico incanto che irradia la chitarra di … (ah! i nomi…) quando è l’archetto a suonarla.
L’esibizione è ‘à la EITS’ ovvero un unico lungo medley, studiato nei dettagli, misuratissimo, calibrato, con un attacco, un respiro ed una chiusura semplicemente perfetti. Non fosse per qualche sbavatura (inevitabile inesperienza) nei momenti più lenti e disidratati mi sarei detto certo d’aver assistito al concerto d’una band navigata, all’apice dell’ispirazione e della parabola artistica. Quasi meglio che su disco, laddove la perfezione dello studio esalta il freddo distacco post mentre la performance dal vivo, col suo spazio per quanto minimo per improvvisazione ed imperfezioni (anche tecniche/contingenti), coinvolge fisicamente. Ripeto il QUASI meglio del disco: Antimacchina è un grande album capace di crescere ascolto dopo ascolto, dischiudendo ad ogni giro nuovi lampi e sfumature. Per ora disponibile solo in CD, merita d’imbarcarsi per lande straniere ed ottenere anche e sprattutto fuori dal bel paese il riconoscimento che merita.
Così trovandomi all’estero alla domanda “Where are you from?” potrò rispondere “Padova, y’know the city of TWMG”.

PS.Mi ritrovo in neanche un anno ad innamorarmi di due gruppi italiani: se due indizi fanno una prova forse qualcosa sta cambiando. O forse è solo una coincidenza. La globalizzazione. In musica ben venga: a noi può solo andare meglio.
PPS.l’altro gruppo sono gli Husband che ancora, purtroppo, non ho visto live. Aspetto solo la scusa per scriverne.
PPPS. un grasssie ae riviste de settore magnamusica (Balasso cit.) che ci han tenuto nascosti i Magyar Posse per tanti anni.

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