Trish Keenan 1968 – 2011

I Broadcast sono (stati) una di quelle pochissime band che con regolarità nel corso degli anni ho sentito il bisogno di ri-ascoltare, a prescindere dall’uscita di nuovi album. Proposti dalla memoria con una melodia o quell’altra, o persino cromaticamente, suggerendo con molto garbo: “Dai mettine sù uno… quello con “Come On Let’s Go”, quello giallo, o quello rosso… o magari quello bianco e nero, con “Pendulum”… ”.
Il primo incontro col gruppo fu ‘fortuito’: era l’inverno 1996, a Londra, per la prima volta fuori casa da solo, facevo il barista in un ristorante italiano ed approfittavo delle – svariate – opportunità che la città offriva per veder dal vivo i miei eroi. Galeotto un concerto degli Stereolab. Così mi ritrovai nel grande salone (una ricerca sarà necessaria per recuperare il nome della ‘venue’) ancora mezzo vuoto quando di lì a poco il gruppo spalla attaccò. Un secondo e fui inaspettatamente distolto dalle chiacchiere pre-concerto: il primo pezzo era “The Book Lovers”. Bam! Stupore. Rapimento. Kidnapping! Dopo un minuto Bum! un problema tecnico, dovettero ricominciare, nervosi, imbarazzati ma sopraffatti d’emozione. Era destino dover ascoltare quell’incipit un’altra volta. Chè non andasse dimenticato. Ma non c’era pericolo. E manco il merchandise sul banco in penombra. Nessun disco da acquistare (feticistae commentum), forse il loro primo concerto ‘grosso’, inevitabilmente con l’affine cricca del mentore Tim Gane.
Ghosts. Dicevo all’inizio che da allora li ho sentiti affiorare nella memoria con spontanea regolarità: negli ultimi giorni è toccato al primo album, il disco rosso, raccolta dei primi singoli – quello del concerto per intenderci – manifestarsi. L’ascolto stavolta m’ha portato e lasciato sull’ultimo pezzo: “Lights Out”. Amplificato da uno stereo decente e non dalle solite casse del pc o del lap-top “Lights Out”, con i suoi ipnotici stop & go è uno di quei pezzi che a distanza di anni sanno ridiventare nuovi. La peculiarità dei classici. L’ho riascoltato alla nausea, se non chè quest’ultima non è mai arrivata. Ne ho imparato a memoria il testo, che conoscevo poco, ed ho così scoperto scorci e panorami che ignoravo quasi completamente. I più belli forse questi tre: “My room’s too small for parties / Too spacious when you’re lonely”; “My brother’s back off holidays / He’s been chasing girls in Spain / He said he’d bring me a guitar / Which I said would bring me fame” e “I remember your excitement / Choosing pictures for your wall / And now you’ve seen them oh so often / You hardly see them anymore”. Lucida diversità, profezia e nostalgia. M’accorgo, ora che tutto si sviscera, d’aver sempre, segretamente, rimproverato e perdonato i Broadcast per il loro vintagismo, talvolta pericolosamente vicino al clichè. Quello era il punto di vicinanza, il limite laddove il loro talento sfiorava il difetto. Ma era quella indiscutibilmente la loro nota peculiare e distintiva, il loro suono, da amare o odiare, o tutt’eddue. Trish Keenan era l’anima dei Broadcast. E’ morta 4 giorni fa per complicazioni del virus H1N1, la cosiddetta influenza A*. Quando l’ho saputo “Lights Out” era ancora in heavy rotation’
. Non l’ho mai conosciuta, nè ho mai scambiato con lei due parole o letto le sue lettere d’amore. Non è quindi la mancanza d’una persona quel che sento ma quella d’una persona che faceva una cosa, anzi, impersonificava una cosa, o meglio, un sentire, che ora non c’è più: la nostalgia. E’ la mancanza della nostalgia ciò che sento, un sentimento che, con la scomparsa di Trish, è finito. Non è più il tempo della nostalgia ormai: la catastrofe incombe, è il tempo della paura.

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