Birdengine – Phantom Limb


Non lontano, era l’ultimo post, quando nominavo Lawry Joseph Tilbury III. Il titolo, prima del nome, niente popò di meno che ‘sua altezza’.
Alcune note biografiche erano già state spese per il post su ‘I Feed Thee Rabbit Water’ ma partiamo comunque con una breve digressione/introduzione.
L’amore per il lavoro di questo ragazzo del Dorset nasce nel 2007, poco prima della pubblicazione del suo primo album per l’incantevole Drift Records: scoprirne le atmosfere dopo un linkbylink su MySpace e ritrovarsi catapultati in un autunno indatabile, istantaneamente sospesi tra le fronde ingiallite di una quercia secolare, verso sera, nebbioline, ululati, rimorsi e ricordi. Amore a primo ascolto.
Lawry però cominciava due anni prima, presso la curiosa Benbecula (from Scotland). I suoi primi suoni erano sperimentali collage di rumorismi elettrocasalinghi, colorati negli spazi dagli embrioni delle melodie a venire. E’ da qui che dobbiamo partire per arrivare al ‘Phantom Limb‘ del titolo, taster dell’album in fase di registrazione, e comprendere l’ardito-ma-non-troppo parallelismo che sto per tracciare: Birdengine è, a tutti gli effetti, anzi, per ovvie affinità elettive, lo Smog del nuovo millennio. Troppe similitudini, troppo talento, troppa originalità. Nati entrambi da una deriva, incontrati entrambi in un lontano oceano in tempesta, come naufraghi stanchi d’un isola deserta, decisi a morire nel tentativo – fradicio di speranza – di incontrare di nuovo i propri simili, ecco i due approcciare, quasi vinti, la melodia. Dico quasi vinti perchè l’esperienza di distacco, l’abbandono, la solitudine, li hanno resi consci del bisogno di una comunicazione. Certo personale, certo mai ruffiana o scontata, ma indispensabilmente legata ad un semplice canone che la renda comprensibile al prossimo, a chi mai volesse ascoltare.
La forma canzone non per compromesso ma per necessità. Di rivelarsi e mettersi in gioco. Rielaborata, masticata, metabolizzata ed espulsa. ‘Phantom Limb‘ è diversa da tutta la produzione precedente di Birdengine. Potremmo dire la sua ‘Bathysphere’ o la sua ‘Held’ se preferite. Batteria, ritmo, corrida: è un pezzo da ballare. Eppure è sempre Birdengine. Come il sig.Callahan, la fenice per antonomasia, rinasce dalle sue ceneri. Chè solo i grandi sanno morire e risorgere. E ci farà compagnia per molti anni, questa la sensazione, non solo col suo moniker ma anche con le collaborazioni, selezionate ed indispensabili: è in arrivo infatti il seguito di ‘Trunk’ registrato con l’amico (ed a sua volta terrificante talento) Daniel Michael Clark. I due commentano nei ripsettivi blog che stavolta Trunk sarà più vicino alla melodia che alla sperimentazione. Si prepara un indatabile ed anomalo caldo autunno.

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